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Avevamo studiato per l’aldilà un fischio, un segno di riconoscimento. Mi provo a modularlo nella speranza che tutti siamo già morti senza saperlo.

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martedì, 28 ottobre 2008

Once upon a time..

C’era una volta il ghiacciolo d’acciaio. Da bambino era rimasto troppo al sole e si era sciolto tutto, e per non peccare di nudità, nel paese della pomposa panna montata, si era costruito l’armatura più luccicante dello zucchero trattato, e andava fiero del suo distinguersi in una massa uniforme di mente fragole e limoni. E la gente si interrogava stupefatta e ammirante quale capacità innata possedesse, quell’infante prodigioso, per reggere su di un misero stecchino di legno senza baricentro il peso del suo manto lucente. Lui pensava “se nasci mirtillo hai la faccia cianotica pesante con i giga bubboni, se nasci pagnotta sei destinato alla ghigliottina, se nasci ghiacciolo su un piede ci cammini normale, o no?”, eppur si dava dell’entità fallace, perché non avendo l’abile peculiarità di sciogliersi non sarebbe mai stato degno fratello del mirabile anice. A volte fingeva di contenere sotto la corazza un blocco d’acqua solida costantemente mantenuto in temperatura, e quasi si convinceva che non lasciando una scia di gocce colorate potesse essere più figo degli altri. Bastava però l’estate, coi suoi colori e profumi dolci, per riportargli alla mente l’inadeguatezza della sua condizione, e così, ciclicamente, si ritrovava a pesare e a pensare a quanto il suo essere diverso non foss’altro che il minus difettivo responsabile della sua infelicità. Ancora non sapeva, che quando la congiura dei freezer sarebbe scoccata, sarebbe stato l’unico Highlander in grado di resistere..


postato da: laMuscia alle ore 14:51 | link | commenti (1)
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lunedì, 20 ottobre 2008

speechless

e a volte poi, semplicemente, di parole non ce n’è più. è come se cadessero dal cielo pianoforti e casseforti e pezzi di soffitto. tutti insieme, ma in maniera tale che si riconosca distintamente ogni macigno in discesa libera. sulla testa. e quindi ti ritrovi così schiacciato per terra che non c’è nemmeno più aria nelle gote, nei visceri cavi, nei polmoni, ogni millimetro cubo libero si comprime. densi e velenosi, mercurio che schizza dal termometro rotto. come quando Hanna & Barbera facevano schiantare i personaggi contro quella cazzo di galleria finta, che poi era un muro dipinto. e noi coglioni, a stupirci ogni volta. in un secondo, gatto cane vikingo o marziano che fosse, da corridore folle si trasformava in un tondino, deforme come pongo, di forma simil pizza, sul fondo nero di un tunnel fittizio. decadeva al suolo, in un tripudio di colori, tintinnava, roteava, moneta senza riposo, e poi si fermava.

postato da: laMuscia alle ore 23:32 | link | commenti (2)
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mercoledì, 02 luglio 2008

 

E tutti siamo belli e tutti speciali e tutti favolosi e via dicendo di fregnacce caramellate simili.

Ma alla fine siamo tutti egualmente stronzi e stereotipabili.

Perché in tutte le classificazioni possibili ed immaginabili, ci sarà sempre l’ordine primordiale che definisce le categorie. Che in fondo è molto più semplice di quanto si possa pensare.

Prendiamo i Take That (e ammettiamo senza shock che ogni donna c’è passata, amara verità): se ti piace Gary, sarai sempre attratta dallo sfighello dell’hynterland con l’occhio un po’ storto, la parlata noiosa, il capello da Ricky Cunningham. Se ti piace Mark, amerai sempre quello con la fazza da bravo ragazzo, quello simpatico, quello che piace a tutti, quello che ti regala il calendario di Enrique Iglesias: quello stesso che tutti definiscono un po’ checca, e che tu ostinatamente difenderai dicendo “ma no, è solo molto sensibile”. Mhm. Se ti piace Howard vorrai il tamarro cavernicolo che parla coi rutti, che però ha la tartaruga e non lo butti via, se ti piace Jason desideri l’uomo-carta-da-parati burattino pilotato, che però ha la faccia perfetta (e il botulino non si nota) e fa figo portarselo in giro, se ti piace Robbie vuoi quello che si fa notare ma non troppo, quello carino col lato oscuro, quello che fa ridere dentro e fuori palco, quello che se la cava mentre gli altri affondano, quello col carisma, e quello stesso che distrugge le stanze d’albergo e che si pippa pure la Salerno-Reggio Calabria. (Però alla fine, a me MI piace Robbi).

Analogamente le funziona per le Spice: se ti piace la Baby Spice, andrai sempre in giro con la bambolina con un uovo di struzzo nel cranio, sufficientemente bionda, sufficientemente oca e sufficientemente svampita da essere il sogno proibito dei tuoi amici. Se ti piace Posh, inseguirai sempre la donna dominatrice col tacco pesante e la fazza cattiva, la stessa che ti tratta come uno zerbino ma che in fondo ha bisogno di te mentre piange per un’unghia spezzata. Se ti piace Sporty, vorrai sempre quella poco romantica con cui il sesso è solo sfoggio di resistenza, quella che va d’accordo coi tuoi amici e che partecipa alla rottura della lattina di birra sulla fronte: quella stessa che tutti definiscono un po’ lesbica, e che tu ostinatamente difenderai dicendo “ma no, è solo molto in forma”. Mhm. Se ti piace Ginger vorrai fare da sipario alla giunonica Poppea sicura di sé che col sorriso ti terrà sempre un po’ sotto i piedi, ma che in fondo sarà monogama (o sarà molto brava a fartelo credere), se ti piace Scary desideri la compagna di tutto rincoglionella che può – più o meno – adattarsi ad ogni circostanza ed occasione, e se anche ha pessimo gusto nelle vesti e nei modi ci potrà anche stare.

Il vero dramma è incasellare l’uomo che ha sposato la Donna Martin di Beverly Hills 90210, e la donna che ha detto sì a Screech di Bayside School..


postato da: laMuscia alle ore 12:49 | link | commenti (2)
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lunedì, 09 giugno 2008

shattered dreams..

Se è vero che esistono ben 7 donne per ogni uomo, di cui necessariamente 4 un po’ zoccole e 2 troppo belle per saper anche coniugare un congiuntivo, è altrettanto vero che esiste un Mr. Big per ogni donna. Quello che non si presenta all’altare, quello per cui ti rendi ridicola, quello che ti uccide e che avrà sempre lo sguardo sexy ed il faccino carino nelle foto. Quello per cui piangi, per cui muori, quello che odi ma mai fino in fondo. Quello per cui non dormi ma non importa, per cui non mangi ma fa solo bene, per cui cadi dal 6° piano ma non fa male. Quello che perdoni sempre, e da cui torni col sorriso, e dalle cui labbra pendi.

 

La linea di demarcazione tra amore e masochismo perpetrato, è così sottile che a volte tende a divenire confondibile. E siamo il sesso debole, perché se porti i pantaloni non puoi amare così disperatamente, e poi hai un rapporto sfavorevole di 7:1 che inclina al poligamico.

 

Se sei una fan di sex and the city, non puoi che guardare con sospetto l’uscita del film. Non tanto perché è suggello definitivo che conclude una saga, ma perché pensi che non potrà mai essere all’altezza delle aspettative, né potrà mai essere così geniale  come ciò che sei abituata a conoscere, come accadde per i Simpson.

E invece ti ritrovi davanti alla perfezione proiettata su grande schermo, forse ancor di più degli anni precedenti spesi in attesa della serie successiva.

Ti ritrovi nella sua prima ed unica camminata sgraziata, mentre infrange il bouquet che si sfalda sulla faccia di lui; ti ritrovi nel tradimento da affacciare, quando la donna più forte mente le gambe che cedono; ti ritrovi nel cambiamento da affrontare, quando pensavi che nulla avrebbe destabilizzato il castello con le fondamenta finalmente ferme.

 

Ogni storia si veste della prerogativa dell’unicità. Noi non siamo, non saremo, non diventeremo. A volte mi domando quanto sia davvero facile ricadere nella tipicità del cliché. Siamo tutti speciali, e siamo tutti fottutamente uguali. Non ci piace essere come gli altri, ma in fondo, veramente, cosa ci distingue? È così normale essere uomini e donne da catalogo, che capita di dimenticarsi quanto è più bello essere straordinari. Ammesso e non concesso che lo si sia.

 

Le storie infinite hanno senso. Intenso senso. Quando prendi molli stacchi e torni forse un motivo c’è. Quando sbatti la porta giurando è finita, e le chiavi che guardi son quelle della porta e non quelle della macchina, ciò che finisce è forse l’orgoglio, ma non la forza nelle gambe per rifare le scale. Perché la minestra riscaldata non è più buona, ma io potrei vomitare davanti ad una parmigiana di melanzane mentre l’uditorio si shoka davanti ad una cotale delizia violacea.

 

Se è vero che “de gustibus, non disputandum est”, tirerò fuori la pentola consunta dal frigo, accenderò il fornello, e affonderò avide cucchiaiate nella fondina con gli occhi luccicanti finchè la morte non mi colga.

 

“Eternamente tuo,

eternamente mia,

eternamente nostri.”


postato da: laMuscia alle ore 23:54 | link | commenti (6)
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venerdì, 02 maggio 2008

back again..

Sono una persona superficiale.

Me ne rendo conto quando Sgarbi vomita sentenze precostutuite con un costume già visto e già sentito inneggiando ad una democrazia che giace putrefatta nessuno più sa dove, e io preferisco l’“umorismo” dozzinale de I Cesaroni.

Me ne rendo conto quando sul palco del I Maggio si susseguono voci e strumenti ed interventi sotto il nome di una storia ed un’ideologia e sotto una moneta cospicua offuscata dagli occhi di bue, e io preferisco ipotizzare il flirtarello estivo tra Amy e Pete in entrata ed uscita dall’ennesima clinica per disintossicarsi.

Me ne rendo conto quando spopolano reti televisive, infuriano prime visioni, impazzano fiction di liceali, e io preferisco guardare South Park ennesimamente fino ad impararne a memoria le virgole.

Me ne rendo conto quando i governi cambiano, i tempi passano, i padri abusano, le madri uccidono, i compagni mentono, e io preferisco il gossip di tgcom e le novità di Yoox.

Me ne rendo conto quando i Finley fanno furore al Festivalbar, quando i Tokyo Hotel sono gli idoli del momento, quando Leona Lewis è l’artista del mese, quando la Tatangelo e Ramazzotti continuano a fare il pienone ai loro concerti, e io preferisco rifugiarmi nel mio mondo fatato dove Barrett e Cobain vivono ancora, dove Janis è bellissima e Jeff continua a scrivere velluto blu.

Ma in fondo, se in profondità si soffre di atmosfere che si sommano e di gradi centigradi che si sottraggono, io preferisco il pelo dell’acqua.


postato da: laMuscia alle ore 15:49 | link | commenti (5)
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lunedì, 10 marzo 2008

marchy morning

Dopo mesi riscopro la vernice nera della car.

Quando il cielo è terso, l’alto lombardo che guarda alla svizzera acquista connotati eterei che comprovano l’esistenza dell’Autorità Superiore perché noi bipedi, supremo popolo dalle gran teste di cazzo, una cosa del genere non potremmo mai nemmeno averla pensata.

Il parabrezza, lucido come non mai, rivela un tumulto di celeste e blu spruzzato di bianco.

A mo’ di collage le nuvole si ammassano e schiariscono e si gonfiano.

Da mocciosetta con le ginocchia sbucciate e il papà sorridente, speravo sempre lui mi portasse su un aereo e mi buttasse dentro una nuvola gigante. Io dovevo caderci dentro a bocca aperta e schiantarmela di gusto perché in realtà è tutta fatta di panna montata.

E i colori e le tonalità erano così perfettamente miscelate che parevano scaglie di cartoncino scolpito da un amabile artista cieco. Era d’un bello che toglieva il fiato.

 

 

Se l’arte è soggettiva, quella zoccola taglia 38 con evidenti bombe mentali che si permetteva di giudicarmi, che cazzo voleva da me? Cresco con la stimmata di non riuscire a disegnare nemmeno un albero perché dall’appena sufficiente non mi schiodavo neanche sotto natale.

Sta troia. Io mettevo la colla sul mio bel Fabriano bianco A4 e dall’alto ci facevo cadere a pioggia lenticchie, fagioli, e quella spezia di cui ancora non so il nome che era di un rosso vivo così bello che faceva sempre il fuoco nel camino. O le puffragole.

E non me lo faceva fare perché potevo aspirarle e morire. E io ero felice e lo facevo con mia nonna quando tornavo a casa. E lei aveva le fraffàlle, la tempestina, i conghiglioni e la pasta che sembrava una ruota. E io nella mia incapacità grafica ho scampato lo spaccio le nevrosi e la mignotteria adolescenziale. Ah!


postato da: laMuscia alle ore 16:45 | link | commenti (7)
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lunedì, 28 gennaio 2008

shasa bashula ba ba

 

Perchè sanremo è sanremo tara ttatta tarà. Dunque perchè invecchiare?


postato da: laMuscia alle ore 11:06 | link | commenti (1)
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martedì, 15 gennaio 2008

ingiustizia è fatta

Essere buoni non paga.

Triste considerazione, ma drammaticamente veritiera. Dalla notte dei tempi i più meritevoli non hanno mai raggiunto successo né notorietà. Si sono forse beati della benevolenza dei più vicini, di una cerchia ristretta di fedelissimi, ma non hanno mai ottenuto la gratificazione che meritavano.

Adamo ha dato un gran pezzo di sè per i posteri, si è concesso per lo sviluppo dell’intera specie umana. Forse un po’ inconsapevole, si è lasciato asportare una costola non per azioni autosoddifattorie a mo’ di D’Annunzio, bensì per permettere la vita ad Eva. E appena risvegliatosi da un’operazione a cielo aperto si trova di fianco sta zoccola bionda dalle fattezza veneree che lo tradisce con un serpente PER UNA MELA, e in un batter d’occhio si trova espatriato dall’Eden, a soffrire e penare e spezzarsi la schiena con sudore e fatica sui campi.

Come canta il buon De Sfroos “Abele cantava le lodi al Signuur cun la vuus meludiusa che el parèva un tenuur, Caino, stunàa el ghe pruvàva per uur, el pàreva un purcèll scüsciàa de un tratùur”. Abele era l’uomo devoto, buono, rigoroso, Caino era uno che faceva fuori piccioni e cardellini così un po’ per gusto, e cinghiali e gnu per sfondarsi di cibo, tagliava la coda alle lucertole e tirava i sassi dal cavalcavia. E lui continua a vagare chissà dove chissà con chi, ma di sicuro avrà trovato qualche altro stronzo per far baldoria, Abele ce lo si ricorda perché è stato il primo caso di omicidio preterintenzionale, e lo si trova in un fosso con le membra squarciate e un rene in meno. Almeno non gli hanno lasciato scritto “benvenuto nell’AIDS” sullo specchio, era comunque già morto per curarsene.

Giuseppe era un povero ragazzetto minuto, l’unico un po’ discreto in una famiglia di beoni viscidi e complottatori. E si trova in un pozzo con le terga umide, e quando diventa qualcuno solo reggendosi sulle proprie gambe gli tocca anche perdonare e sorridere a quei rott’inculo che l’hanno derubato umiliato e venduto come fosse un calzino rotto.

C’era ancora uno che si spaccava il cazzo tutto il santo giorno per lavorare all’impresa di famiglia, cibava le pecore, mungeva le mucche, si rotolava nel fango per giocare a chiappa il maiale, e la sera era così stanco che neanche aveva le forze per uscire a far due chiacchiere, andava a letto per alzarsi all’alba ed adempiere ai doveri filiari. E forse a Natale gli regalano un maglione per star più al caldo quando a Dicembre si alza alle 5 e carica il gallo per farlo cantare. Checco Zalone, il guru della new age of music, direbbe “Grazie al cazzo!”. E aveva un fratello che un bel giorno dice “Pà, sgancia cash che devo farmi la mia vita”. E fin qui ci sta. Se non fosse che sto stronzo vive di puttan tours e di bevute, non combina un cazzo due anni e più, e torna a casa conciato come un rom con la coda tra le gambe e i lucciconi agli occhi. E per lui si sacrifica il vitello grasso si fanno le feste si apre un Borgogna del 34 a.C..

Chi vive nelle retrovie poco vuole e poco chiede. E nulla stringe forse. L’invisibile senza nome non vien mai citato, c’è solo un sorriso in chi sporadicamente ne parla e cita le sue proverbiali palle quadrate.

Ma la dignità di resistere in tutto questo cumulo di atrocità, e il retrogusto saporito di sapere che in fondo, gli stronzi, son davvero altri, non gliela toglierà mai nessuno.


postato da: laMuscia alle ore 12:28 | link | commenti (5)
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venerdì, 04 gennaio 2008

o-o-o...

Occhi di gatto è l’inizio della fine.

Occhi di gatto è il paradigma della società odierna, e in qualche modo è lungimirante, perché se ci si pensa, ci si possono ritrovare un sacco di maschere di oggigiorno.

Tutte le femminucce nate a cavallo degli anni Ottanta lo guardavano con passione, e si immedesimavano nel trio di ladre più sexy della tivì senza capire che, in fondo, era quasi un manga coi connotati del porno soft. E ci si giocava nei corridoi delle materne senza capire che ‘ste 3 gnotte se la menano tanto, ma alla fine sono delle terroriste alla stregua di Provenzano.

Tati è l’eterna 15enne senza possibilità di crescere. Ha un nome da ritardo mentale e l’abilità informatica per cui sarà sempre ritenuta quella da cui copiare i compiti, ma di certo non quella con cui provarci. Anche perché dalla prima all’ultima puntata mantiene un taglio da Giletti che di certo non le fa da ottimale biglietto da visita.

Kelly è la Venere della famiglia. Una gran donna con forme invidiabili ed un sex appeal da far gola a Moana, un neo al lato buccale che nemmeno il miglior truccatore potrà mai riprodurre, un decolletè e un labbro rosso da stupro. Peccato che abbia la fazza non liftata della 40nt’enne surclassata dalla sgallettata di 20, e quindi non è strano vedere che non becca mai niente. E per questo, a posteriori, secondo me un po’ in scazzo con la sorella è, eddai.

Sheila è il prototipo della sciacquetta di provincia, la menosa della classe per intenderci. Bella ma neanche troppo, intelligente ma meno delle sorelle, sì carina nel complesso ma con quei ciuffi davanti alle orecchie che solo una un po’ babba può ostinarsi a portare.

E come da copione, quella scialba, insipida, la velina del fumetto animato, è l’unica con un uomo a fianco. Poi ci si chiede perché i provini per il Grande Fratello li fanno in milioni di milioni di orde di minchioni impazziti. Uomo, poi, un tipo insomma. Matthew. E qui arriva il caos, dai. Perché ora sì, i bambini saranno anche innocenti frugoletti che vivono di favole, ma farli passare per totali rincoglioniti senza cervello no, mi oppongo.

Matthew.

Che è sto coglione che sta con una che sembra l’ereditiera di Rockefeller ma lavora in una caffetteria. Sì, sarà pur di proprietà ma lui è sempre e solo l’unico cliente. Ma un bilancio, un 740, uno scontrino…mai, niente, effàttela una domanda ogni tanto. Ha un capo che lo odia, e questo può essere un problema di tanti, ma a lui probabilmente lo odia anche sua madre tanto è scemo. Perché non gli puoi dire nient’altro. Mai un colpo di genio in decine e decine di puntate. Ma redimilo una volta, una sola, il tuo personaggio, fa’ finta di essere brillante una volta. Il suo lavoro è cercare 3 ladre no, che sono uguale per profilo alle 3 tipelle che vede TUTTI i sacrosanti giorni. Già, che sono anni che non chiappi un incarico diverso, potresti chiederti qualcosa sull’andamento della tua vita, ma poi, che ‘sto trio ti scappa da sotto gli occhi ogni volta col volto SCOPERTO e le poppe pure.. Ma prova a distogliere lo sguardo da quella tutina e guarda in faccia la realtà, ma falli due conti, tesht’i cazzu. Cornuto e mazziato, e gli sta pure bene.


postato da: laMuscia alle ore 15:06 | link | commenti (2)
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mercoledì, 02 gennaio 2008

duezerozerootto

“La verità è una coperta che ti lascia scoperti i piedi.

Tu la spingi, la tiri e lei non basta mai, anche se ti dibatti, non riesci a coprirti tutto.
Dal momento in cui nasci piangendo al momento in cui esci morendo, ti copre solo la faccia e tu piangi e gridi e gemi.”

L’anno nuovo inizia come ogni giorno dell’anno vecchio. La verità è che riporre speranze in una mezzanotte col brindisi è un (sia pur buon) metodo per credere che il quotidiano non lo si detti di persona ma sia affidato al un temibile ed immutabile destino sovraordinante.

“Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.”

L’anno nuovo è iniziato alle 18.24 del giorno passato guardando pirotecnicismi del cielo e celebrando i mesi alle spalle con risa profuse. In fondo ogni giorno può essere inizio di un buon anno. Passare da un anno all’altro è come scavalcare un muretto di cinta se vivi nel mondo reale, una recinzione di legno se sei Morandi e pubblicizzi l’olio cuore, un muro dello stadio se sei un uligano e vuoi una diffida di un anno. E lo si fa così spesso che è una gran troiata aspettare il 31 per celebrarlo in maniera, così detta, degna.

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”

L’anno nuovo comincia con i migliori propositi guardando IL film.

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva.”

L’anno nuovo comincia già correndo verso quello numericamente a seguire.

Chi si ferma è perduto.

E se mi perdo non mi ritrovo più, finchè Gionnino non mi regala una bussola, quindi non resta null’altro da fare che continuare ad andare avanti.

postato da: laMuscia alle ore 15:59 | link | commenti (7)
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