La serata proseguiva, lunga e lenta come già aveva visto.
Ultimamente si sentiva come se fosse stato risucchiato in una dimensione paratemporale, priva di secondi e minuti, dove tutto rimaneva immobile.
Decise che era giunta l’ora di muoversi, alzarsi, camminare. Era rimasto seduto per troppo tempo, un po’ oscurato dai decibel in filodiffusione che impediscono la comunicazione, un po’ denaturato da un confronto assente, troppo spesso vestito per comodità.
Lui, il ragazzo con l’animo buono, spesso troppo occupato a mantenere alte le sue mura difensive, che impedivano al mondo di fruire della sua maestà. A tratti si rendeva conto di essere troppo cerebrale, agonistico, caparbio, era semplicemente lui. Lui, il compagnone un po’ lunatico, il bello inarrivabile, l’ignavio che non stona nell’Empireo, tanto alto, tanto umano.
Poggiò il bicchiere a lato del cartone quadrato e assorbente sul legno scuro e lucido del bancone. La chiara torbida ricoperta da un velo di schiuma faceva cerchi concentrici che dal mezzo si disperdevano ubiquitariamente sulla superficie. Le venature rossastre del mogano creavano intrecci e trame fitte di pensieri, e il suo sguardo profondo e sfuggente si perdeva in ricordi, rimpianti e rimorsi, quelli di un moccioso che non taglia la coda alle lucertole, ma ne indaga i moti convulsi, che non plasma con carote e bottoni di liquirizia la neve, ma si perde nei frattali di ogni fiocco.
La porta si aprì grave e pesante, e lasciò entrare un alito di vento che smosse i capelli della bionda al tavolo davanti all’entrata. Si sentì finalmente unico, si sentì l’unico ad averne percepito il movimento. In fondo sapeva di essere fuori dalla casistica della normalità, unus super partes dotato del potere di guardare attraverso.
Era semplicemente sempre stato più facile evitare di comprenderne la grandezza.
Si alzò, salutando col solito calore i compagni di sempre. Non chiesero spiegazioni, era sempre stato impenetrabile, coperto da tende vellutate e polverose da sipario, e schermato da vetri antiproiettile ambrati e resistenti. Diede un’occhiata veloce tutt’intorno: poche luci soffuse ad illuminare l’ambiente che era sempre stato casa sua.
Sentiva l’aria del cambiamento, la voglia soprattutto.
Non si era mai sentito così vivo, e vulnerabile, non si era mai sentito così vero.
Forse era chiaro quel che voleva, forse era difficile ammetterlo e decidere di fargli spazio devastando l’abitudine.
Camminava leggero nella brezza sottile della sera, nella sua testa l’eco di un ridicolo pezzo dell’Italia anni ’70. Sorrise, e guardò la luna rispecchiarsi nel Naviglio Grande. Aveva piovuto parecchio quell’anno.
Vestigia del passato rimanevano ancorate ai muri, protette da strade non asfaltate. Gli piaceva pensare di aver dato vita a quei disegni in rosa e blu, di essere indelebile e visibile eppur senza volto.
La stringa slacciata picchiettava sull’asfalto insipido della città cui si sentiva così legato.
Stava per partire, stava per lasciarla, stava per rendersi conto di quanto gli avrebbe fatto bene evaderne.
In fondo sapeva che lei aveva sempre avuto ragione.
Affetti e certezze, pilastri e fondamenta.
Saliva le scale, e pensava che tutto stava per essere stravolto, ma il pizzicorio e l’entusiasmo per l’ignoto e l’insaputo cominciavano a farsi presenti, e avrebbero sconfitto la paura dell’abbandono.
Riempì lo zaino dell’essenziale, nel perfetto stile minimale e ricercato che era suo.
Accese il computer, e attese silente l’avvio del sistema operativo.
Il ronzio della turbina riempiva la stanza.
Lo sguardo fisso sul monitor rincorreva i pixel che spezzavano il buio, e si rincorrevano e si trasformavano in azzurri e gialli e rossi e blu, come volesse ingerire e conservare ogni dettaglio per portarlo con sé. Controllò la posta in arrivo: si aspettava il saluto virtuale dei più vicini, forse si aspettava solo delle parole che surrogassero una fisicità a volte spietatamente necessaria.
Un mostro con ali giganti lo avrebbe portato via da tutto questo: dal letto sfatto, dalla sua camera che profumava di bonsai, dalla scrivania modellata e scavata dai suoi gomiti, dai libri vissuti e sudati, dalla bicicletta in garage, dalle montagne innevate, dai percorsi conosciuti e già affrontati.
Solo lasciandosi tutto alle spalle ne avrebbe inteso l’effettivo valore.
Tutti ne avrebbero sentito la mancanza, sicuramente alcuni più di altri.
Tutti sapevano che si sarebbe rivelato totalmente all’altezza della situazione. Non avrebbe potuto deludere nessuno, ma si sentiva caricato di aspettative, e non si sarebbe permesso di disattendere ad alcuna di esse.
Era da sempre un outsider, senza troppi legami e senza freni imposti: aveva gambe forti per macinare kilometri in salita anche senza gruppo alle spalle, era destinato ad arrivare in vetta, a cambiare le cose come solo pochi hanno il potere di fare.
Forse se ne sarebbe accorto, e forse, con uno sguardo ed un sorriso luccicante, non sarebbe più tornato.
Vivranno pure tra getti di vapore ed esotermia imprigionata, avranno pulcinelle di mare e maestri sinfonici che mimano il nome di colui che liberalizzò loro il commercio, passeranno i pomeriggi a lanciare residui condensati di lava nella dorsale medio-atlantica in attesa di una eco che non arriva, ma diamoci un taglio. Perché non tutto ciò che arriva dall’isola dove tutto è impronunciabile, a partire da una capitale che suona quasi un insulto, è pepita con le sembianze di un sasso da ripulire. E la lingua di terra che scende dall’alto e ci sovrasta non è da meno. Avere un taglio brit pop e un lead singer che tenta vanamente un'immagine enigmatica non surroga un album scadente. Perché quel tal Markus (clone di Baldwin) sarà anche un tronchetto, ma ha creato un mostro che thank goodness rimane chiuso in un disco. E dichiararsi single con la solita locuzione palliativa "per scelta" nella quarta decade di vita per devozione alla musica, e impostare una voce seduttiva e melanconica dichiarandosi donna del pescatore, non ti salverà dall’ineluttabile destino di essere nel cestone dell’autogrill.
E per caso lassù, dove i fari della macchina non arrivano nemmeno, dove le foglie sono verdi tutto l'anno e l'aria umida sembra zuccherina all'olfatto. Gambe ciondolanti a scrutare dettagli nelle luci fioche in lontananza, mente laghi disegnano pozze poco profonde in colori in varietà. Parentesi si aprono, mai chiuse riaffiorano, risate ad uccidere demoni pensanti, silenzi amari per assaporare il detto fulmineo, che taglia come carta intonsa. Cut up, disordine e casualità, e Burroughs benevolente ci sorride, e Cobain con lui. Scarpe inadatte a solcare sentieri, restiamo seduti sulle pietre grezze congelate che rilasciano addosso cristalli minuscoli a memoria del loro passaggio. Sotto di noi, i piedi sospesi sul nulla in ombra. Sopra, un conglomerato di diamanti appesi su un telo vellutato e scuro che fa da sfondo. E mentre verbosa e sognante mischio mitologie e costellazioni, addito i punti forse ormai morti che illuminano millimetri di cielo, ti perdi in quel che sfugge ai più. Tra stelle e pianeti, la materia oscura di arcana provenienza, il collante indecifrato e il magnete senza polarità. E nel marasma primordiale residua la radiazione cosmica di fondo, quella che senti solo tu.
E ti guardo attonita, e sorrido perchè sei arrivato.
pioggia cade e impetuosa ingrigisce. lampi illuminano frazioni di terre rendendole più cupe ancora che nella totale assenza di fotoni sensibili.
ma nel dramma umido che si scatena fuori dai vetri isolanti le strutture cariche di linfa riacquistano vigore, con lo stesso effetto salvifico di un volto sfocato su un banner. arrivi sporadico ed esclusivamente in nero su bianco, e converti in ispirati meandri di versi. cerchi si fumo si inseguono, mimetici nel grigio sopra le teste, e a piedi sull'erba parole si fondono a creare poesie di non scritti. fili verdi tra le dita che umide gentilmente li calpestano, nell'incertezza del passo la sicurezza di te che sei piccolo grande nome. colonne sonore a descrivere vite momenti e attimi spezzati a metà, troppi pezzi a segnare le linee di quel che si insegue e si sogna, e non si vede.
rimani immobile e bulla, finchè vorrai.
ti aspetterò con le scarpe sotto il portico, e i capelli bagnati.
tua sia, per magia e virtuale essenza
and you could, the coctails - peel
Mr. Lui
La convenzionale formula “caro” con te non ha senso di esistere. È il caso che qualcuno ti dica apertamente come stanno le cose. Non hai talento, non hai spirito, non hai verve, e quel che è peggio, non fai ridere. Persino i griffin riescono ad essere più teleologici. “ciao ciao” mi dice null’altro se non che l’ennesimo inutile sketch, con la tua ennesima inutile tenuta da nerd che tende –pessimamente- a redimersi, sta passando alla tivi. Le tue smorfie, le tue fazze, le tue mosse..se vuoi fare il mimo togli quel cappello da Papa Winnie, cementati il viso con un mascherone bianco e siediti come Pierrot, se vuoi parlare inventati qualcosa di sensato. Se vallettopoli ha portato a galla l’ennesima squinzia casta e dotata, mi chiedo da quale uovo tu sia uscito, e quale pollaio sia stato artefice del tuo concepimento. E per quale dannato motivo le iene ridens ci sono in tutte le leggente celtiche e non dove servano.
Ti definiscono anche una brava persona, ma io ti vedo, e mi girano le palle.Cheloide che vive. Ammasso di residui tissutali fibro-sclerotici che mimano una restituito ad integrum destinata ad un non-ritorno. E nella proliferazione smodata e recidiva sorretta da una vascolarizzazione modesta, subisci uno stillicidio incessante, e riesci a ledere dove non sembrava più possibile. Cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi. Ora conosci la strada dissestata da evitare. Cadi e ti rialzi. Ora sai dove i lavori in corso lasciano tombini scoperti che suonano come maelstrom sulle ginocchia. Cadi e ti rialzi, e dopo aver battuto e percorso in lungo e in largo kilometri più o meno silenti pensi di riuscire quanto meno ad intuire ed schivare. Quello che sfugge agli occhi e alla mente è l’imprevista sorpresa. La guida sportiva dell’alcolista della notte. Cadi e ti rialzi. L’attempato ciclista che taglia la strada. Cadi e ti rialzi. La giovane travestita da madre che passa il peso del suo gravido utero sul tuo piede come fosse codice a barre sugli infrared della cassa. Cadi e ti rialzi. Caduta massi. Cadi e ti rialzi. La più classica pugnalata alle spalle. Cadi e ti rialzi. La ruota gira, dicono, e la speranza è l’ultima a morire. Sempre tu, solo tu, ma passerà, ti fanno credere. E non c’è nemmeno il tempo di realizzare che forse davvero qualcosa potrebbe cambiare perché impetuoso, irriverente, inatteso eppur scontato arriva. Il naua scampato all’estinzione che ti cerbottana col prodotto velenifero della Laticauda Colubrina. Nel 2006. Nel pieno dell’occidente industriale. In duomo. Cadi..
"Andai nei boschi perchè volevo vivere con saggezza e profondità....e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto".
Il guscio di noce giace sul fondo. E non c'è modo di redimere il suo stato psico-sociale di cibo per vermi. Alienazione che consegue al fallimento, annichilimento necessario per la risalita. Anche se di sicuro la decompressione sarà embolia ed inevitabile nuova sofferenza.
Avere poche certezze implica il decadimento come castelli di sabbia sul bagnasciuga di quelle. Non averne è schiantarsi sul Pirellone con un mini flyer privato. Averne troppe riveste di quella spocchia presunta o pretesa che garantisce difesa del self, e apparente vittoria del sé. Ma rinnegare le apparenze in virtù dell'essenza, alla fine, dove cazzo porta?
"Solo nei sogni gli uomini sono davvero liberi, è da sempre così e così sarà per sempre".