
I - was - slee-ping, gently napp-ing, when I - heard the - phone (ta-ttà)
Who is on the other end talking, am I even home (ta-ttà)
Did - you see - what she - did - to him, did - you hear - what they said (ta-ttà)
Just a - new york - conver-sation, rattling in my - head (ta-ttà)
E che si ascolti Big Science, cassandra.
Se fossi Paris Hilton non me la menerei granchè. Non mi farei pubblicità. Non avrei particolarmente a cuore tutti i red carpet degli Stati Uniti. Ho una ptosi palpebrale, uno strabismo che più che di Venere definirei di Polifemo, perchè de pupilla me ne se vede una, e un piede che non calza in misure standardizzate. Mio padre ha creato un impero coloniale che neanche l'uomo del monte che dice sì schiavizzando un migliaio di chocolate faces potrebbe immaginare, ed io ho pensato bene di farmi notare come ereditiera con una fellatio che gira nelle feste puberali come fossero acidi ad un concerto dei fratelli chimici. Ho la fama della troietta impenitente e recidiva, un arto varo, e un sacco, ma un sacco di gente che mi ritiene una cozza. Senza mollusco.
Se fossi Adriana Lima.. Me la menerei. Cazzaccio se me la menerei oh. Ma un bottolone. Ma quanti uomini potrei avere? Ma chisseneincula della laurea, di un lavoro, del pane a tavola, oh, Adriana Lima..
Se fossi foco arderei lo vento. Se fossi Lapo arderei in volto. Per i raggi ultravioletti di cui mi bombardo. O per una couperose massiva e incontrollabile. Avrei una faccia in posa plastica, un nonno con i turbinati nasali ricoperti di polvere d'oro per contrastare l'azione urente della polvere bianca, e un sacco di amici. E amiche. E amichi. Partizia. E mi divertirei a diventare un simbolo dello stivale per aver creato una linea d'abbigliamento che è un'istigazione ai pestaggi negli stadi, nel senso che gli uligani si sbraitano addosso da un capo all'altro degli spalti perchè vedono rispettivamente nello schieramento opposto qualche coglione con le mie felpe. Poi si parla di violenza.
Se fossi un passero avrei una vita del cazzo. Cip cip è una preghiera ad dio degli uccelli perchè mi deprivi in tempo zero della mia inutile esistenza. Ho una casa di legno e invidio l'architettura del Burundi, dormo su schegge acuminate, e sono senza tetto letteralmente parlando. Ho 2 gambe. Provate a muorervi facendo saltelli a piè pari. Vi sentireste dei rincoglioniti. E appunto. D'estate mi va di lusso perchè mangio. Per terra. I rifiuti e gli scarti della gente. Quando si dice la fortuna. D'inverno sti pezzi di merda non mangiano all'aperto, e io becco zero meno. Espleto i miei bisogni fisiologici quando sono in volo, e non appena i mocciosi iniziano ad avere percezione seria della loro coordinazione muscolare mi trovo a schivare missili di ogni natura. Cerbottane e fionde di merda.
Se fossi laMuscia avrei due braccia, due gambe, un cuore congelato. Due mani da chirurgo, due piedi da hobbit e un po' di polpacci. Un po'. I polpacci da calciatore. Perchè gioco a calcio. Balilla. Ma come cazzo è possibile oh..
"Ogni minuto che passa, è un'occasione per rivoluzionare tutto completamente"
Ti rivedrò in un'altra vita, quando saremo tutti e due gatti.
“È solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa, […] le cose che possiedi finiscono col possederti.” Qualcuno disse con le orbite gonfie e lussate e le scarne vesti madide di sangue e sudore.
Mentre sedeva sul cemento che iniziava a raffreddarsi, piedi a delimitare le fenditure del profondo tombino di metallo sul ciglio della strada, il cielo iniziava a perdere il candore che stranamente negli ultimi tempi lo permeava. Era uno di quegli istanti del giorno in cui la transizione della luce sulle teste degli abitanti di quel frenetico formicaio che è il mondo è così impercettibilmente lenta che passi dal pomeriggio alla sera in un repentino batter d’occhi.
Fiumi di occhi e piedi di corsa e rincorsi, odori e tessuti omologati sulla stessa parete dell’inutile e indefinito, niente esisteva al di fuori delle sue scarpe nere senza stringhe. Il cocoon fuori dal mondo incastonato in un pianeta delirante, ciò cui tendeva la ricerca giornaliera.
Connessioni veloci, altalene impazzite, cigolare ipnotico di cingoli arrugginiti.
Il viso del solo cambiamento plausibile tornava a balenare tra i suoi pensieri, scacciato nei recessi del poco importa per non conferirle il peso che effettivamente poteva rivestire. Troppo, troppo per cui voler cambiare senza garanzia, troppo per rischiare di farlo.
L’uomo ama le catene di cui si cinge. Non avrebbe accettato altro che non fosse dub.
Sentiva il suo volere e la sua impotenza di legame, nel pauroso non gestirsi che era in grado di cambiare, e penava la distanza che una lastra di vetro può creare tra due corpi. Le mancava la stupidità con cui la insultava per avvicinarla. Le mancava il modo strano di relazionarsi a spinte, e le sue scarpe nere.
Il vincente è il fuggitivo, dannato dogma. Velocista e maratoneta, destinati a non incrociarsi, e a sperarsi dai poli opposti dello stesso circuito.
Oggi il mondo sorride e il Journal of Vascular Surgery mi segna la strada. Non sarò mai nell’Olimpo degli eroi e rimarrò un paio di gradini sotto sempre e comunque rispetto ai migliori.
Ma sorrido in car stremata da sonno carente dietro i miei sunglasses anacronistici nel Febbraio padano, prospetto serate sulla scia degli anni Novanta a calcio balilla e sigarette spiritose, attendo la pelle nuda che si abbraccia d’estate e la bocca piena di fumo thicker than da fog.
Amo il reparto che non frequenterò, amo coloro con cui non vivrò, amo quelli che resteranno e che mi porterò dietro.
None cares about me but I still love to taste lika food.
D'ya suppose you're gonna live without it uh?
“Mi mancano i batteri della tua bocca
mi mancano i batteri e non mi baci più
se resto qualche giorno senza scambio di saliva
sto male sto male”
Mi si fa notare che la padronanza dell’italico idioma mi si confà come le natiche marmoree di Adriana Lima. Intraprendo dunque, come tutti i migliori junkheads proni alla “ricerca della conoscenza” (mascherare dipendenze con eufemismi compositi..quanto ci piace..) il viaggio attraverso la selva oscura, i recessi infernali, il monte purgante, l’arrivo al cielo. Forse.
Mi trovo in bonza su un sentiero illuminato da enormi accecanti altissimi fari di Alessandria, in sequenza infinita, a scadenze regolari sul ciglio della corsia. Non so come ci giunsi, ma sorrido in posa plastica. Ed ho già un indizio. “Portatemi via, Venusiani del cazzo!”, urlo a naso all’aria con l’amabile eleganza che mi compete e distingue. Poi mi accorgo di essere a piedi in piena notte sul Sempione, di gridare rivolta ad un lampione, e soprattutto di non aver effettivamente usato i modi e toni migliori per chiedere un passaggio. E mentre mi guardo attorno pensierosa attendendomi che gli alieni incazzosi (hanno un udito eccezionale, figli di troia) prendano la mira e mi tirino dalla stratosfera un kilo di tritolo sulla testa, un rumore sospetto desta la mia curiosità.
Mi giro verso la fonte che attrasse il mio sospetto.
Con uno scarto di un buon paio di minuti netti spesi nel tentativo di mettere a fuoco, e dopo varie variegate e vaghe supposizioni, mi innalzo tronfia al ruolo di San(ti) Licheri ed enuncio l’ardua sentenza: “Minkia le fiere!” e il paio di cani a contendersi IL panardo di Mac residuato a terra, distratti forse per un secondo, ma probabilmente nemmeno, ritornano a giocarsi i resti.
Penso alla Ila. Lei mi direbbe MANCU LI CANI. E infatti non mi si filano neanche loro. Cazzo badile le esistenze inutili..
Decido di proseguire il mio viaggio. Io, donna, nel mezzo del paese della calzatura, di notte.
Ogni altra attribuzione di colori e forme sarebbe superflua, la descrizione preposta è la perfetta per aspettarsi un crimine di qualsivoglia genere. Cammino uguale. Donnie Brasco o chi per lui direbbe di amare il rischio, io non ho di meglio da fare, semplicemente. E arriva il più classico vicolo cieco.
Feis tu feis con la morte, posso immaginarmi il riflesso della lama della sua giga falce sotto il bianco della luna. Almeno le navette assassine che mi puntano dall’alto se ne sono andate.
“Se non muoio mi rivedo” mi dico. E poi penso “Se non muoio mi rivedo? Che testa di cazzo midollare potrebbe mai pensare una cosa del genere nel mezzo di una location da Freddie Kruger del genere? ‘Cazzo sei Groucho? Mioddio se sei stupida nel cuore..”
E continuando a monologare con me, sbatto davanti all’attesa porta, come da copione.
“Lasciate ogni speranza voi che entrate”. La speranza è l’ultima a morire, già. Bhè, a dirla tutta, la speranza è stata l’ultima a morire. L’ultima è nata nel ’91 sognando Non è la Rai ed è morta col millennium bug, quindi non ho nemmeno granchè da perdere.
Mi addentro, mi inoltro, annaspo.
La festa impazza, ma la gente è della peggior razza.
Mi puzza, ne riconosco l’andazza.
Nooooooooooooo. Porcozzio sono ai magazza..
"Cerca di volerti bene, e di accasarti, se riesci a trovare qualcuno capace di batterti a poker.."
"Avrei tante cose da dirti.."
"Coraggio vecchia ammalia api, raccontami una bella favola, raccontami quella del lago.."
"Quale lago? Era tutta una balla.."
"Lo so idiota ma raccontamela lo stesso"
"C’era una volta questo grande lago, che era proprio fuori del villaggio e..e noi ci andavamo a pescare fare il bagno nuotare, e un giorno arrivò un gruppo di anatre e vi si posò sopra. E dicono che un giorno la temperatura si abbassò così tanto che le anatre vi rimasero incastrate con le zampe. Il giorno dopo quel lago non c’era più, e dicono che ora sia da qualche parte in Georgia."
Miss Ruth era una signora, e una signora sa sempre quando è l’ora di andare.
Spirò, e Sipsy fermò il pendolo.