Da quando ho scoperto che i Simpson non hanno davvero più segreti per me, ho deciso di abbandonare l’abuso smodato della televisione. Ammetto di aver subito il “fascino” delle ossessioni prepuberali di rito: la dipendenza da Non è la Rai, per esempio, prima di capire cosa fossero il playback, la bulimia nervosa, la pedofilia e l’iter obbligatorio di svendità del sé per arrivare ai vertici, tipo l’Elia e l’Isola dei Famosi (complimenti); Beverly Hills 90210, il telefilm di culto dei babbi che credevano che Kelly la salutassero tutti non perché avesse mignottato in ogni angolo del il liceo ma perché era solo una persona simpatica, che Dylan non avesse una paresi facciale per mantenere quell’espressione da Richie Rich depresso, e che Donna Martin DIPLOMATA avesse solo nella terza serie una quarta perfetta e immobile nonostante qualsivoglia movimento perché ha subìto uno sviluppo ritardato, porella. Quando comprai le mie prime ed ultime All Stars amaranto di 2 numeri in più, perché fa figo avere il piede lungo alle medie, abbandonando le mie prime ed ultime Reebok Pump bianche, che eran due canotti così grossi e così gonfi che potevano essere un surrogato ideale al Ponte sullo Stretto (a posteriori capisco perché ero una nerd outcasted senza modo di redimermi), capii che forse i frequentatori di Rodeo Boulevard erano una dozzina di imbecilli con le giacche così squadrate dalle spalline in gommapiuma che sembravano Playmobile, e da allora abbandonai il mito. Arrivò poi la fase della maturità, un breve flirt, ma giusto di sfuggita, con Melrose Place, che era fondamentalmente la vita in un residence abitato da zoccole con i volti angelici, spacciatori e alcolizzati che magicamente avevano ruoli dirigenziali tipo padrone dei un quarto dell’America. Sticazzi. Frequentando Cettina e capendo che potevo trovare in Via Trento lo stesso ambientino salubre senza acuire l’ammonto dell’elettricità da pagare abbandonai anche questo. La decisione radicale arriva solo un po’ più tardi con l’avvento DEL telefilm che shocka: Dawson’s Creek. Una suora mancata che poi è la più gnotta di tutti, una gnotta importata dalla grande città che alla fine non becca una fava e diventa una suora, un ermafrodita che a 12 anni si fa regalare la videocamera a positroni accelerati con 40 specchi che riflettono più dell’Hubble Space Telescope e che dalla vita cerca la depressione tanto si para la testa, uno che è l’unico decente travestito da cazzone con il tasca le verità della vita. Poi arrivano un tronco di pino che logicamente è omosex e la sorella che ha gli amici immaginari. Alla luce del fatto che all’asilo, nonostante nessuno giocasse con me perché mia madre mi vestiva con i maglioni con le facce degli animali e i codini così tirati che non riuscivo a muover la bocca, avevo una vita molto meno prevedibile, decisi che il tubo catodico non era più per me.
Certo questo comporta perdersi Naruto, sto minkione del Japan che ha sempre da dire con altri rincoglioniti totali come o peggio di lui, lo Sleepover Club che son quattro 12enni con un acquario con tanto di un paio di pesci al posto del cervello che probabilmente vivono a LA e si fanno già di LSD perché vedono le cose e sentono le voci, i film da tentazione al suicidio del pomeriggio di Canale 5, l’ennesima replica della Tata, il 48076 per cui ti regalano un cane da tenerti sul telefono che parla con una voce cazzo e ti dice “ciao!”, il nuovissimo reality che sembra essere una ripresa del quartiere rosso di Amsterdam e invece è proprio dietro l’aeroporto di Ciampino, a casa nostra!!
Dov’è finito Professione Vacanze, dove i Ragazzi della 3^ C, dove quel nano armonico di Arnold e dove Scuola di Ladri?
Che vita di sofferenze mediatiche. Lucignolo docet.

Partire, dolce morire. Era forse dormire? E se fosse tornare, invece?
Un perire lento ed atroce dovuto al ripercorrere pedissequo dello stesso giorno cinque volte a settimana, a volte sei. La domenica Dio si riposò dalla fatica della creazione, evviva il settimo dì. La domenica è il ventiquattrore concesso alla vita.
Ma se la vita si consuma nei giorni precedenti, ecco che lei stessa risulta una ricarica necessaria più che una necessaria boccata d’aria fresca.
Poi arrivano le vacanze e la vita diventa sogno per un po’, e se i sogni son desideri di felicità, ce li si tiene stretti e li si ravviva col ricordo per affrontare il resto col sorriso del magico che fu, e che in qualche modo rimane.
Parto col viso rigato da lacrime amare, le dimentico incrociando le gambe sul sedile dopo nemmeno un minuto. Gioco alla donna motoranda e al BEEP del camionaro, fumo sul tetto del mondo davanti ad un tramonto che non vedo. Mi bagno di sole allo zenith, granita rosa e birra verde. Bocciofila e fritto del Golfo, dita che si incrociano e materasso salva vita. Spiaggia di cemento a scritte bianche, parole non dette lasciate sui sassi. Il koguaro gigante della Terra del Fuoco, grazie, e la tenda con la spiaggia dentro. Porto addosso le stigmate di un nero corso scottante, e mi vesto di candore per giocare sul contrasto. La mia pelle respira notti insonni riposanti e lividi zuccherini.
Finisco tra perline colorate che non toglierò e zolfo che sbianca, e stelle di Okuto sulle mani e urla di Romani che non sento. E la pizza vegetariana e il Double Whopper plus.
Non ho mai assaporato l’aria che entra con ogni respiro con così tanto gusto.
L'aria nuova della vita.
Viaggio coi piedi sul cruscotto, al fianco del mio pilota sicuro e instancabile.
Mi tuffo in un mare trasparente dall’alto di un tornante, mi addormento tra le tue braccia e mi risveglio ancor più viva. Io con te, tu onli ai. E per sempre sarà.
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