
C’era una volta il ghiacciolo d’acciaio. Da bambino era rimasto troppo al sole e si era sciolto tutto, e per non peccare di nudità, nel paese della pomposa panna montata, si era costruito l’armatura più luccicante dello zucchero trattato, e andava fiero del suo distinguersi in una massa uniforme di mente fragole e limoni. E la gente si interrogava stupefatta e ammirante quale capacità innata possedesse, quell’infante prodigioso, per reggere su di un misero stecchino di legno senza baricentro il peso del suo manto lucente. Lui pensava “se nasci mirtillo hai la faccia cianotica pesante con i giga bubboni, se nasci pagnotta sei destinato alla ghigliottina, se nasci ghiacciolo su un piede ci cammini normale, o no?”, eppur si dava dell’entità fallace, perché non avendo l’abile peculiarità di sciogliersi non sarebbe mai stato degno fratello del mirabile anice. A volte fingeva di contenere sotto la corazza un blocco d’acqua solida costantemente mantenuto in temperatura, e quasi si convinceva che non lasciando una scia di gocce colorate potesse essere più figo degli altri. Bastava però l’estate, coi suoi colori e profumi dolci, per riportargli alla mente l’inadeguatezza della sua condizione, e così, ciclicamente, si ritrovava a pesare e a pensare a quanto il suo essere diverso non foss’altro che il minus difettivo responsabile della sua infelicità. Ancora non sapeva, che quando la congiura dei freezer sarebbe scoccata, sarebbe stato l’unico Highlander in grado di resistere..