
Essere buoni non paga.
Triste considerazione, ma drammaticamente veritiera. Dalla notte dei tempi i più meritevoli non hanno mai raggiunto successo né notorietà. Si sono forse beati della benevolenza dei più vicini, di una cerchia ristretta di fedelissimi, ma non hanno mai ottenuto la gratificazione che meritavano.
Adamo ha dato un gran pezzo di sè per i posteri, si è concesso per lo sviluppo dell’intera specie umana. Forse un po’ inconsapevole, si è lasciato asportare una costola non per azioni autosoddifattorie a mo’ di D’Annunzio, bensì per permettere la vita ad Eva. E appena risvegliatosi da un’operazione a cielo aperto si trova di fianco sta zoccola bionda dalle fattezza veneree che lo tradisce con un serpente PER UNA MELA, e in un batter d’occhio si trova espatriato dall’Eden, a soffrire e penare e spezzarsi la schiena con sudore e fatica sui campi.
Come canta il buon De Sfroos “Abele cantava le lodi al Signuur cun la vuus meludiusa che el parèva un tenuur, Caino, stunàa el ghe pruvàva per uur, el pàreva un purcèll scüsciàa de un tratùur”. Abele era l’uomo devoto, buono, rigoroso, Caino era uno che faceva fuori piccioni e cardellini così un po’ per gusto, e cinghiali e gnu per sfondarsi di cibo, tagliava la coda alle lucertole e tirava i sassi dal cavalcavia. E lui continua a vagare chissà dove chissà con chi, ma di sicuro avrà trovato qualche altro stronzo per far baldoria, Abele ce lo si ricorda perché è stato il primo caso di omicidio preterintenzionale, e lo si trova in un fosso con le membra squarciate e un rene in meno. Almeno non gli hanno lasciato scritto “benvenuto nell’AIDS” sullo specchio, era comunque già morto per curarsene.
Giuseppe era un povero ragazzetto minuto, l’unico un po’ discreto in una famiglia di beoni viscidi e complottatori. E si trova in un pozzo con le terga umide, e quando diventa qualcuno solo reggendosi sulle proprie gambe gli tocca anche perdonare e sorridere a quei rott’inculo che l’hanno derubato umiliato e venduto come fosse un calzino rotto.
C’era ancora uno che si spaccava il cazzo tutto il santo giorno per lavorare all’impresa di famiglia, cibava le pecore, mungeva le mucche, si rotolava nel fango per giocare a chiappa il maiale, e la sera era così stanco che neanche aveva le forze per uscire a far due chiacchiere, andava a letto per alzarsi all’alba ed adempiere ai doveri filiari. E forse a Natale gli regalano un maglione per star più al caldo quando a Dicembre si alza alle 5 e carica il gallo per farlo cantare. Checco Zalone, il guru della new age of music, direbbe “Grazie al cazzo!”. E aveva un fratello che un bel giorno dice “Pà, sgancia cash che devo farmi la mia vita”. E fin qui ci sta. Se non fosse che sto stronzo vive di puttan tours e di bevute, non combina un cazzo due anni e più, e torna a casa conciato come un rom con la coda tra le gambe e i lucciconi agli occhi. E per lui si sacrifica il vitello grasso si fanno le feste si apre un Borgogna del 34 a.C..
Chi vive nelle retrovie poco vuole e poco chiede. E nulla stringe forse. L’invisibile senza nome non vien mai citato, c’è solo un sorriso in chi sporadicamente ne parla e cita le sue proverbiali palle quadrate.
Ma la dignità di resistere in tutto questo cumulo di atrocità, e il retrogusto saporito di sapere che in fondo, gli stronzi, son davvero altri, non gliela toglierà mai nessuno.
